VITTORIO STORARO: «QUESTO DAVID SPECIALE È PER ME IL PREMIO PIÙ INTIMO»
di Elisa Grando
Dopo tre Premi Oscar e tanti tributi internazionali, il grande autore della fotografia riceve il Premio Speciale Cinecittà David 71, un riconoscimento «profondamente simbolico» perché legato al suo Paese e al luogo in cui tutto è iniziato. Dal sodalizio con Bertolucci e l’esperienza di Novecento, dove la luce delle stagioni diventa espressione del tempo, al futuro con un progetto dedicato all’infanzia di Gesù, Storaro racconta come ha cambiato attraverso la luce la visione estetica e narrativa del cinema
Tre Premi Oscar per la fotografia di Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore (per il quale, nel 1988 vinse anche il David di Donatello), un Bafta per Il tè nel deserto, un EFA per Goya, un Grand Prix a Cannes, otto Nastri d’Argento: Vittorio Storaro è abituato ai grandi riconoscimenti. Ma il Premio Speciale Cinecittà David 71 che sta per ricevere, dice, «ha per me un valore profondamente simbolico e umano. Sono molto grato per questo riconoscimento italiano, che arriva dopo un lungo percorso costellato di premi internazionali, ma che proprio per questo assume un significato ancora più intimo e radicato. Questo David è per me un premio estremamente prestigioso, perché nasce nel mio Paese. Lo conserverò con grande orgoglio nel mio studio, accanto agli altri riconoscimenti che hanno accompagnato il mio percorso». Nella sua sconfinata filmografia, Storaro ha girato otto film con Bernardo Bertolucci, sette con Carlos Saura, cinque con Woody Allen e quattro con Francis Ford Coppola. Ma è proprio a Cinecittà che tutto è iniziato: «È lì che ho mosso i primi passi e ho avuto la possibilità di contribuire a opere che hanno segnato un cambiamento nel linguaggio cinematografico, come Il conformista di Bernardo Bertolucci, che ha trasformato profondamente la visione estetica e narrativa del cinema. Nel corso degli anni ho avuto il privilegio di lavorare su film molto diversi tra loro, da Ladyhawke fino a L'ultimo imperatore, ognuno dei quali ha rappresentato una tappa importante della mia ricerca sulla luce come linguaggio espressivo. Desidero ringraziare sinceramente tutti coloro che hanno reso possibile questo momento».
Novecento, la luce che attraversa le epoche e le stagioni
Il David Speciale segna anche un anniversario importante: ricorrono i 50 anni di Novecento, il capolavoro di Bernardo Bertolucci nel quale la luce di Storaro cesella le epoche, dalla Grande Guerra al fascismo, alla Liberazione. «Novecento è stato per me un viaggio unico, non solo nella storia, ma nel tempo della natura stessa» racconta Storaro. «Ricordo che Bernardo mi raccontò il suo desiderio di seguire le riprese secondo il ritmo delle quattro stagioni: primavera, estate, autunno e inverno. Non era soltanto una scelta produttiva, ma una visione poetica e narrativa. Abbiamo quindi costruito il film lasciandoci guidare dallo scorrere reale del tempo. Il piano di lavorazione non era organizzato secondo logiche tradizionali, ma seguiva il ciclo naturale delle stagioni. Questo mi ha permesso di lavorare sulla luce in modo estremamente autentico: ho cercato di utilizzare esclusivamente la luce naturale, almeno fino al momento storico in cui, nella narrazione, compare l’invenzione della luce artificiale. Per me è stata una grande gioia poter accompagnare visivamente questo percorso senza forzature, senza accelerazioni, lasciando che la natura stessa diventasse parte integrante del racconto. La luce non era più solo uno strumento tecnico, ma diventava espressione del tempo, della storia e dell’evoluzione dell’uomo».
Il prossimo progetto: uno sguardo sull’infanzia di Gesù
Nei prossimi mesi lo vedremo nel docufilm Storaro, prodotto da Piano B Produzioni, nel quale racconta da protagonista e anche da regista la sua storia, i suoi luoghi più intimi e la sua visione poetica. Ma nel frattempo Storaro sta lavorando a un nuovo progetto che potrebbe diventare un film, Il meraviglioso viaggio del piccolo Messia con il regista algerino Rachid Benhadj, sull’infanzia di Gesù: «Il progetto nasce da un’immagine molto lontana nel tempo, ma ancora vivissima dentro di me. Da bambino rimasi profondamente colpito da una pittura dell’Annunciazione: quell’immagine, e la figura del piccolo Gesù destinato a diventare il Messia, si è sedimentata nella mia memoria visiva e nella mia sensibilità. Negli anni ho continuato a nutrire questa suggestione, fotografando e studiando immagini tratte da libri e visitando musei, alla ricerca di rappresentazioni dell’infanzia di Gesù. Più che un interesse storico, era una ricerca iconografica ed emotiva, legata alla forza evocativa della pittura». Per la prima volta Storaro è anche sceneggiatore: «Per un periodo abbiamo lavorato sulla sceneggiatura in modo molto organico: ricevevo le prime stesure, intervenivo evidenziando gli elementi più forti e proponendo alcune modifiche per mantenere coerenza con questa visione. È stato un processo creativo nuovo per me, ma estremamente stimolante, perché mi ha permesso di approfondire il rapporto tra immagine e racconto anche nella scrittura. Oggi quella sceneggiatura si è trasformata in un romanzo, ma il desiderio resta quello di portarla sullo schermo. Mi piacerebbe concludere il mio percorso realizzando questo film come autore della cinematografia, circondato dalle eccellenze italiane, dando forma visiva a un immaginario che mi accompagna fin dall’infanzia».