SPECIALE - ASPETTANDO IL DAVID 71


Bruno Bozzetto: «Scalfisco il muro dell’indifferenza col disegno e l’ironia» di Elisa Grando

Al signore dell’animazione, innamorato del cinema live action, è assegnato il David Speciale: da più di 60 anni attraversa col suo tratto inconfondibile tutti i territori espressivi, dalla pubblicità di Carosello al cartoon informativo di Quark, fino a capolavori per il cinema come Allegro non troppo e il corto Cavallette. «Con i miei film metto alla berlina i comportamenti dell’uomo e i suoi egoismi, dalle guerre al poco rispetto per gli animali e la natura». E rivela: «Il signor Rossi sta per tornare: sarà alle prese con l’intelligenza artificiale»



Sembra un nome d’arte, o forse è solo il segno di una vocazione: Bruno Bozzetto, il signore dell’animazione italiana, ha la matita in mano da quando era bambino. Sarà merito del nonno pittore, o del papà fabbricante di apparecchi fotografici, ma l’arte dell’immagine, tra schizzi e disegni, è stata sempre la sua strada, dal primo film Tapum! La storia delle armi, realizzato appena ventenne, alla popolarità delle reclame di Carosello, dai film capolavoro come Allegro non troppo e il corto Cavallette, candidato all’Oscar, fino alle peripezie quotidiane di Il signor Rossi, cappello e giacchetta vermiglio, il suo cartoon più famoso e senza tempo. Tant’è vero che sta per tornare: «Lo Studio Bozzetto sta lavorando per la Rai a una serie di 50 film di 11 minuti con il Signor Rossi alle prese con l’epoca moderna e quindi con l’intelligenza artificiale, l’automobile automatica, la domotica in casa», anticipa Bozzetto. «È tutto nuovo per lui, si creano situazioni divertenti. Rappresenta l’uomo comune, c’è sempre stato e sempre ci sarà: a cambiare sono le situazioni che deve affrontare. La serie è seguita da mio figlio Andrea, io faccio la supervisione da “papà” del Signor Rossi».

Il 6 maggio riceverà il David Speciale: cosa significa per lei questo premio?
«È importantissimo perché comprende tutto il lavoro che abbiamo fatto in tanti settori: pubblicità, cortometraggi, lungometraggi, film educativi. È un riconoscimento soprattutto per i miei collaboratori: il mio è un lavoro che non si fa da solo, ma con animatori, scenografi, musicisti che normalmente non vengono citati».

Le sue opere si riconoscono al primo sguardo: qual è la chiave dello stile Bozzetto?
«La semplicità grafica, un disegno pulito e semplice, l’ironia e un po’ di critica. Tutti i miei lavori partono dallo studio dell’uomo e dalla messa alla berlina dei suoi comportamenti. La gente, sorridendo, si riconosce, e quando poi nella vita si ritrova a fare la stessa cosa per cui ha riso nel film, ci riflette. In generale sono piuttosto critico con l’uomo, lo considero un essere eccezionale e molto egoista: nelle sue invenzioni ha pensato solo a se stesso. Basti pensare che quasi tutte le invenzioni più stupefacenti della storia sono armi».

Anche nel suo ultimo film, Sapiens, critica le guerre e promuove l’attenzione alla natura…
«Mi sto dedicando a raccontare soprattutto gli animali. Sa quanti ne uccidiamo all’anno? Circa 80 miliardi, escludendo i pesci. E li torturiamo, pensi ad esempio agli allevamenti intensivi. L’uomo è stato un serial killer di animali da quando è nato, per difendersi e sopravvivere, ma al giorno d’oggi non ha più senso. Io sono vegetariano. Cerco di scalfire questo muro di indifferenza con il disegno».

Oggi continua a lavorare con lo Studio Bozzetto…
«Quand’è nato era molto famigliare: West and Soda, del 1965, e Vip – Mio fratello superuomo, del 1968, li abbiamo fatti in sei animatori. È miracoloso, se si pensa che oggi alla fine di un film ci sono minuti e minuti di titoli. Allora si disegnava ancora su fogli a mano: per fare un secondo di film servivano 24 disegni. Un lavoro lunghissimo, meticoloso, pignolo ma molto creativo. A quei tempi ci sembrava tutto nuovo, una scoperta».

Di quale suo personaggio va più orgoglioso?
«Mi piace molto Johnny di West and Soda, così staccato dal mondo, con quell’ironia alla Monty Python. Ma non mi appassiono molto ai personaggi, mi interessa la storia. Sono affezionato a La vita in scatola, un cortometraggio in cui l’uomo vive in qualche scatola e poche volte esce a vedere la natura. Così come Cavallette: l’uomo scomparirà, ma gli insetti domineranno la terra».

Con Piero Angela, a Quark, ha anche reso popolarissimi i cortometraggi scientifici d’animazione. Come lavoravate insieme?
«In modo meraviglioso. Ho conosciuto Piero perché ho letto tutti i suoi libri e gli ho scritto dicendogli che, mentre leggevo, vedevo dei film. Mi ha telefonato quando la Rai gli ha affidato Quark proponendomi di realizzare per ogni puntata qualche minuto di animazione su un argomento scientifico. Piero mi mandava un testo, io lo visualizzavo e gli rimandavo lo storyboard. Abbiamo continuato per dieci anni».

Che posto ha oggi l’animazione d’autore nel panorama del cinema?
«Vedo film belli e raffinati, tecnicamente molto evoluti. Però sono un po’ troppo pessimisti: noto una predominanza di temi lugubri, spesso un sottofondo tragico. Mi spiace, perché si perde la gioiosità del mezzo. Il disegno animato non è nato solo per far ridere, ma porta con sé una leggerezza. Evidentemente è il nostro mondo di oggi che condiziona così i giovani autori».

Lei si è confrontato da sempre con le nuove tecnologie e il digitale: l’AI può essere una risorsa per l’animazione d’autore?
«Finché resta uno strumento la trovo estremamente positiva, mi fa paura quando comincia a prendere le redini. In un’idea metto sempre me stesso: quello che vedo, penso, gli errori che noto. È uno specchio. L’idea parte sempre da me: l’intelligenza artificiale invece da chi parte? Piero Angela diceva: “Noi siamo su un aereo a reazione che viaggia a 2000 chilometri all’ora, ma abbiamo ancora i riflessi e la mentalità di uno che guida la bicicletta”. È la frase più adatta per parlare dell’AI».

Che rapporto ha con l’animazione mainstream, per esempio quella di Disney o Pixar?
«Se mi capita la vedo e la trovo divertentissima, ma non sono un appassionato. Sono molto attratto dal live action, fin da bambino volevo fare il film dal vero. Ne ho fatto uno, Sotto il ristorante cinese: è stato un’occasione, avevo visto Ritorno al futuro e mi ero entusiasmato di quella fantasia. Ma mi sono reso conto che, a differenza del disegno animato dove si sta al tavolino e si ha tempo di riflettere, quando ci si trova a fare un film dal vero è tutto un imprevisto: non fa per me, non reagisco così velocemente. Sul set, se c’era un imprevisto, andavo in crisi perché non avevo il pieno controllo».

Quali sono per lei i maestri?
«Tra i registi Kubrick, perché ogni volta ha scelto un argomento diverso realizzando sempre dei capolavori, Jacques Tati per l’umorismo, e Fellini, che ho anche conosciuto. Mi aveva chiamato per fargli i titoli per Ginger e Fred, ma poi ha perso il produttore e, quando ha ripreso il progetto, forse ha cambiato idea. Meglio così: ero terrorizzato, sapevo che Fellini disegnava e avevo troppa ammirazione per lui, l’avrei lasciato fare quel che voleva».