Gianni Amelio: «Così racconto il mondo, da una generazione all’altra»
di Elisa Grando
Il 6 maggio il regista riceverà il David di Donatello alla Carriera che celebra 60 anni di film indimenticabili, dal debutto con Colpire al cuore alla candidatura all’Oscar con Porte aperte, fino ai grandi successi internazionali di Lamerica e Il ladro di bambini e Hammamet. Un cinema politico attraverso i sentimenti, che salda emozioni private e storia collettiva: «Vivo profondamente il mio tempo: racconto la vita che ho intorno, mettendomici dentro». E intorno c’è anche la crisi profonda del cinema: «Dobbiamo trovare un punto di unione, al di là delle ideologie: si tratta di far sopravvivere non solo l’arte, ma un’industria e i suoi lavoratori»
A Gianni Amelio il “vizio del cinema”, come recita il titolo di un suo libro del 2004, non passerà mai. Così come la voglia di raccontare la vita non osservandola a distanza di sicurezza ma standoci dentro, perché siamo tutti connessi: i padri con i figli, i bambini e gli adulti, chi ha in mano il potere e chi lo subisce. Dopo 21 candidature e tre David di Donatello, al Miglior Film per Porte aperte e al Miglior Film e la Miglior Regia per Il ladro di bambini, il 6 maggio Amelio riceverà il David alla Carriera: un premio che «alla mia età, e con un’esperienza di 60 anni, mi rende felice: è come un regalo», dice. In questi giorni è impegnato al missaggio del suo nuovo film, Nessun dolore con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, «la storia di un uomo di oggi che mette in discussione la propria esistenza in rapporto a un evento tragico, più forte di lui», anticipa. Anche questa sarà una storia di uomini, donne e bambini fuori posto, che abitano il mondo con l’animo in subbuglio, come tanti ne abbiamo incontrati nei suoi film. Se il suo è un cinema politico, lo è attraverso i sentimenti: in Porte aperte, per esempio, ha raccontato «gli anni del terrorismo non come fenomeno, ma come problema calato in una famiglia». Del resto il vero filo rosso che lega tutto il suo cinema «è il rapporto tra padri e figli: mi interessa raccontare i figli che vengono dai padri e i padri che hanno bisogno dei figli. Il mondo passa sempre di mano in mano, da una generazione all’altra. Spesso si arriva a delle incomprensioni: gli scontri generazionali sono nella natura ma bisogna capirne le cause per provare a correggere le imperfezioni che l’individuo si porta dietro».
Mi racconta la primissima emozione cinematografica?
«A 4 anni, con la famiglia: io magari avrei scelto un film d’avventura o un western, invece mi hanno portato a vedere Gilda con Rita Hayworth. Per me che ero un ragazzino montanaro, venivo da un piccolo villaggio della Sila, il cinema era un miraggio, qualcosa di mitico: così, ho creduto che tutte le volte successive sullo schermo avrei rivisto comparire Gilda. Davanti a un film di pirati una volta ho chiesto: “Ma la signora Gilda quando ritorna?”».
È vero che da ragazzo annotava su un quaderno titoli, attori e voti?
«Sì, ma ho smesso quando ho iniziato a lavorare, a 19 anni. Il mio primo lavoro è stato un sogno per uno che veniva da zero: sul set di Un uomo a metà di Vittorio De Seta ho fatto l’assistente, il segretario di edizione, ho imparato i segreti del mestiere. Non sono entrato dalla porta principale: ho fatto una gavetta importante anche in televisione, nella trasmissione sportiva Sprint. Cercavo di fare servizi giornalistici in modo un po’ cinematografico. E negli anni ‘70 la Rai aveva una nicchia importante per far debuttare i giovani: si chiamavano “programmi sperimentali”. Lì ho girato il mio primo mediometraggio ed è iniziato tutto. Quando ho fatto il primo film per il cinema, Colpire al cuore, avevo già 10 anni di attività alle spalle».
Qual è stato un momento particolarmente difficile sul set?
«Ogni film ha i suoi. Sento alcuni dire “Come mi sono divertito a fare questo film!”: non è il mio caso. Sono uno che fatica molto, anche per arrivare a lavorare: oggi trovare i finanziamenti è sempre più difficile. Di crisi ne abbiamo vissute tante, ma questa è profonda».
Quali soluzioni immagina?
«Serve una riflessione alla quale si prenda parte tutti, al di là dei partiti, delle tessere, delle preferenze, partendo dalla politica e arrivando a chi fa il mio mestiere. Tutti ci dobbiamo mettere in gioco. Non dobbiamo essere avversari divisi da ideologie, ma trovare un punto di unione per capire come tornare a lavorare. Il cinema non è un lavoro da privilegiati, ma un’industria che non va smantellata. Dietro una persona premiata ci sono migliaia di lavoratori, tecnici e maestranze che magari poi non lavorano più. E il lavoratore che resta disoccupato è un fallimento per tutti».
Perché nei suoi film, dall’esordio con Colpire al cuore a Lamerica, da La stella che non c’è fino ad Hammamet e Campo di battaglia, connette sempre i sentimenti e l’etica individuale con i grandi movimenti della Storia collettiva?
«Vivo profondamente il mio tempo, mi considero un individuo che fa parte di una collettività di persone. Quindi è normale per me raccontare la vita che ho intorno, ma non facendo un comizio, piuttosto mettendomici dentro. Rossellini, la mia fonte di ispirazione, era un regista che viveva profondamente il proprio tempo. Sento di continuare la tradizione di quelli che mi hanno preceduto: le vicende personali ho sempre cercato di raccontarle in relazione agli altri, alla vita che tutti noi siamo obbligati a vivere».
Lamerica, nel 1994, per esempio raccontava l’onda dei migranti tra Albania e Italia: oggi le politiche repressive nei confronti delle migrazioni continuano, certe dinamiche sembrano le stesse di allora?
«Certo: infatti quello era un film sul senso delle migrazioni, sulle necessità dei movimenti di popoli da un paese all’altro. È un tema che mi riguarda personalmente, sono figlio e nipote di emigrati: la Calabria nel dopoguerra è stata spopolata prima da un’emigrazione che portava all’estero, e poi dal Sud al Nord. Nel film parlavo degli albanesi che venivano in Italia con il miraggio dell’America, ma parlavo anche di mio padre, di mio nonno, di mio zio che erano emigrati verso le Americhe con lo stesso miraggio. Le persone si spostano verso un mondo migliore o fuggono dalle guerre e dalla povertà: è una storia che si ripete indipendentemente dalla nazionalità, l’abbiamo sotto gli occhi anche oggi».
In Nessun dolore ritrova Alessandro Borghi dopo Campo di battaglia, ma lavora per la prima volta con Valeria Golino e Valerio Mastandrea…
«Ci sono anche altri attori, tutti nuovi, che hanno delle grosse parti. Mi piace molto mescolare i grandi professionisti con i debuttanti, con quelli che un tempo si chiamavano “attori presi dalla vita”. Nei miei film ci sono grandi attori come Gianmaria Volonté, Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Renato Carpentieri e giovanissimi che mostrano di essere all’altezza, come Leonardo Maltese in Il signore delle formiche. Penso di saper dirigere gli attori, di qualunque natura siano: concepisco la recitazione come qualcosa che deve puntare alla verità, non all’abilità».
C’è qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?
«Non ho rimpianti, non ho nel cassetto nessuna un’idea che mi faccia dire: “Se avessi realizzato questo film…” Mi basta quello che fatto, nel bene e male».
.