“LO SBARCO SULLA LINA” di Marco Giovannini (da Elle n.30, settembre 2019)

Così Lina Wertmüller, scomparsa ieri a 93 anni, definiva nel 1977 la sua candidatura al Premio Oscar, la prima a una regista nella storia degli Academy. Lina è stata pioniera non di un cinema al femminile, ma del cinema tout court fatto anche dalle donne, ispirando generazioni di autrici. Ha vinto nel 2010 il David Speciale alla carriera. E proprio mentre oggi inizia a Roma Becoming Maestre, l’iniziativa dell’Accademia del Cinema Italiano e Netflix rivolta alle giovani professioniste dell’audiovisivo, la ricordiamo ripubblicando una delle sue ultime interviste a tu per tu, raccolta su Elle n.30 del settembre 2019 da Marco Giovannini: col padre Sandro, della coppia Garinei&Giovannini, la Wertmüller aveva collaborato a lungo al Teatro Sistina


Lina Wertmüller e il David di Donatello Speciale alla carriera

Quando le dico che vorrei cominciare con la spiegazione di come una romana verace come lei abbia un cognome così esotico, molte consonanti e poche vocali, protesta. «È roba del Diciannovesimo secolo... non è che mi invecchia? Poi la gente pensa che io abbia 200 anni». In realtà Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spañol von Braueich, in sintesi Lina Wertmüller, di anni ne ha “solo 91”. È sdraiata davanti a me sul divano con indosso un caftano che le lascia scoperti solo i piedi smaltati di rosso, il suo colore prediletto sulla sua parte del corpo preferita («ho sempre avuto piedi bellissimi», dice), gli occhi che ridono dietro i proverbiali occhiali dalla montatura bianca. Il 27 ottobre riceverà a Los Angeles l’Oscar alla carriera ed è in arrivo anche una stella d’oro col suo nome sul marciapiede dell’Hollywood Boulevard. La conosco da una vita, da quando lavorava al Teatro Sistina con mio padre, Sandro Giovannini, metà della coppia G&G, cioè Garinei e Giovannini. Ha collaborato per sette anni alle loro commedie musicali, da La padrona di raggio di luna fino a Rinaldo in campo, non mi ha mai ispirato soggezione, anche perché era l’unica altra persona adulta alta circa un metro e mezzo, più o meno come Renato Rascel, che la prima volta mi aveva dato la mano cerimoniosamente e si era presentato così: «Molto piacere: Renatino, ad altezza di bambino».

Intanto Lina ha già cominciato a fare le due cose che ama di più nella vita: fumare Merit (tuttora una ventina al giorno) e raccontare storie: «Zurigo, inverno 1827. Il barone Johann Heinrich Wertmüller, mio trisavolo, perde la testa per Maria Catherina, étoile dell’Opera di Zurigo, riesce a sedurla con mazzi di rose rosse e bianche rinforzati di zaffiri e diamanti. Ma viene beccato sul fatto dall’amante ufficiale di lei, un principe tedesco. Noblesse oblige, deve affrontarlo nel più classico degli appuntamenti riparatori: dietro il cimitero dei Cappuccini. Infilza a morte il rivale ma deve fuggire perché c’è un editto che vieta i duelli, e finirebbe in prigione. Molla la ballerina di coscia allegra e parte verso il Sud e la corte di Napoli, dove regnano gli ospitali Borboni. In seguito i Wertmüller si sposteranno in Basilicata», continua divertita Wertmüller, «e poi finalmente a Roma, dove sono nata io, nel 1928, come Shirley Temple. Ma lei, poveretta, è morta giovane (nel 2014, neanche 86 anni, ndr)».


In questo aneddoto c'è già molto di Lina, del suo immaginario e della sua miscela creativa che si evince anche frugando a caso tra parole, aggettivi e verbi dei titoli dei suoi ventitré film: "ferito nell'onore", "travolti", "strapazzato", "fatto di sangue", "anomala passione", "scherzo del destino", "complicato intrigo", "turbine di sesso". Uno di questi, Pasqualino Settebellezze, le è valso, nel lontano 1977, la nomination all'Oscar per la regia (più altre tre per la sceneggiatura, il film straniero e il protagonista maschile, Giancarlo Giannini): fu la prima candidata femminile nella storia degli Academy. Era l'edizione numero 49: per quello che lei definì "lo sbarco sulla Lina" c'era voluto quasi mezzo secolo. Ancora oggi, 43 anni dopo, le registe sue epigone si contano sulle dita di una mano: Jane Campion, Sofia Coppola, Greta Gerwick e Kathryn Bigelow, l'unica ad avere anche vinto poi l'Oscar con The Hurt Locker nel 2010.


Quando ti hanno annunciato l'Oscar alla carriera ti sei detta «Era ora...», oppure «Ancora si ricordano di me...»?

«In realtà ho pensato che mio marito Enrico Job, con cui sono stata sposata per 44 anni ed è stato fondamentale nei miei film come scenografo, era stato troppo pessimista. Mi diceva sempre: "Sarai celebrata solo quando non ci sarai più". Mi spiace che non ci sia lui».


L'avessi vinto 42 anni fa, la tua carriera sarebbe stata diversa?

«Non cambierei niente della mia vita. Non so cosa siano i rimpianti, sono stata fortunatissima. Ho fatto e detto sempre tutto quello che volevo».


Jodie Foster ha dichiarato che è merito del tuo esempio se è diventata regista. Eppure non hai mai amato l'espressione "regista donna". Perché?

«Non ho mai avuto particolari difficoltà come donna, né ho mai guadagnato meno degli uomini. Spesso sono stata attaccata dalle femministe perché, a loro avviso, degradavo il genere mettendo in scena le mie famose "culone". Ma non è così: la mia cifra è l'ironia, o meglio il grottesco. E colpisce indistintamente tutti i miei personaggi. Non perso che nell'arte debbano esserci quote fisse, come si vorrebbe in politica. Sono il talento e il merito a contare, però anche a me piacerebbe arrivasse il giorno in cui bisognerà specificare: "regista uomo"».


Al Sistina ti chiamavano Pippanera, perché?

(Ride): «Possibile che te lo ricordi? Mica era una cosa da bambini. Nel folklore romano c'è un personaggio popolare, protagonista di stornelli ribaldi: “Arcangelo Pippanera, er fijo della portiera, la portiera del palazzo...". Con inevitabili rime baciate, appena stemperate dalla ripetizione del nome "Arca... Arca... Arcangelo Pippanera". Quando hanno scoperto che il mio vero nome era Arcangela, ci sono andati a nozze, e sono diventata io Pippanera».


Ti sei offesa? O stavi al gioco?

«Chi, io? Figurati. Non sono un fiorellino: ho imparato a rispondere per le rime. So troppo bene che a Roma, se te la prendi, fai doppia fatica: t'incazzi e ti scazzi.... Ma che piega poco elegante sta prendendo la nostra conversazione».


Hai lavorato per oltre mezzo secolo in un ambiente molto maschile e non c'era il #MeToo, hai mai avuto problemi di molestie?

«Mi sono fatta subito la fama di quella che mena. Calci negli stinchi, prima che nelle palle. E morsi. Sono piccola, ma tosta».


Dalla tua biografia si evince che hai fatto una gavetta caotica ma formidabile: la burattinaia con Maria Signorelli, il teatro serio con Giorgio De Lullo, quello leggero al Sistina, e perfino l'assistente di Federico Fellini in 8 e 1/2. Idee poco chiare o bulimia?

«Ho sempre seguito l'istinto. Ero, e sono ancora, curiosa di tutto. Il mio primo film è stato I basilischi, girato nel paese della Basilicata da dove veniva mio padre, non avevo soldi, ma ho potuto usare la maggior parte della troupe di Fellini, che ha lavorato gratis per simpatia. Era in bianco e nero, impegnatissimo, artistico, tanto che ha vinto un premio al Festival di Locarno. Ma subito dopo, tanto per spiegare come sono fatta, sono passata alla tv con Il giornalino di Gian Burrasca, che era il libro preferito di mia madre, e io conoscevo a memoria. C'era Rita Pavone, la cantante preferita da Palmiro Togliatti, vestita come un maschietto. Fu un trionfo. Ma continuai a cambiare genere: trovai voglia e tempo di fare anche uno spaghetti western con Elsa Martinelli, Il mio corpo per un poker, firmandolo George Brown, uno pseudonimo americano, come andava allora».


Ti è mai venuto il dubbio di aver lavorato troppo?

«No, perché mi divertivo. E poi mi bastava dormire tre ore a notte: ho vissuto almeno un terzo di più di una persona media - stavo per dire normale. Bisogna pur riempire il tempo».


Meglio far ridere o far piangere?

«Il buonumore è un dono all'umanità. Per versare lacrime non c'è bisogno di andare al cinema».


L'attore più sexy con cui hai lavorato?

«Marcello Mastroianni, anche se era il marito di Flora Carabella, mia ex compagna di scuola e migliore amica. E pensare che era fissato con l'idea di avere un difetto fisico enorme: le gambe troppo magre».


Dovessi fare un film sulla tua vita, chi sceglieresti?

«Luciana Littizzetto, peperina e impertinente come me».


Vedo girovagare per casa un gatto nero: un'artista che non è superstiziosa. Possibile?

«I gatti portano male solo in strada. Però ti racconto una cosa su tuo padre che forse non sai. La prima volta che lo incontrai, avevo un anello di ametista al dito. Cominciò a urlare che era viola, anche se era chiaramente pervinca, e non smise finché non mi costrinse a buttarlo nel gabinetto e per sicurezza tirare anche l'acqua. Non gliel'ho mai confessato per non dargli soddisfazione, ma avrei fatto anch'io come lui».


Una tua dote segreta?

«Sono stata una formidabile ballerina di boogie-woogie. In coppia col futuro regista Sergio Corbucci eravamo "i mejo tacchi" di Roma».


Ce l'hai una definizione delle tue per questo Oscar così tardivo?

«Ai premi non ho mai badato tanto. Sono come le farfalle: con tutti quei colori ti lasciano senza fiato, ma poi volano via».


Vogliamo proprio finire senza ottimismo?

«Non sia mai. Sono una che sceglie sempre il lato assolato della strada, io. Mi faccio aiutare da un altro insetto e da una poesia di Trilussa, il mantra tutta la mia vita: "C'è un'ape che se posa/su un bottone de rosa/lo succhia e se ne va./Tutto sommato/la felicità/è 'na piccola cosa"».