DAVID NEWS SPECIALE - LA CARICA DEI PRIMI DAVID


FRANCESCO DI LEVA: «SONO UN ATTORE AL SERVIZIO DEL MIO QUARTIERE: IL PERSONAGGIO DI NOSTALGIA SI È FUSO CON LA MIA ESPERIENZA AL NEST» di Elisa Grando

Dopo aver vinto il David di Donatello come Miglior attore non protagonista per il film di Mario Martone, Di Leva è tornato subito a casa, nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio: «L’affetto delle persone è stato enorme. Al teatro NEST faccio laboratori non retribuiti per i ragazzi: per me è una missione di vita. Nelle nostre terre essere onesti è una scena consapevole»


«Sono un panettiere»: così continua a definirsi Francesco Di Leva, col suo mestiere prima che il gioco della recitazione diventasse un lavoro e gli facesse lasciare un segno indelebile nel grande cinema italiano. La vittoria del primo David di Donatello come Miglior attore non protagonista per Nostalgia è diventata una gioia per tutto San Giovanni a Teduccio, il quartiere di Napoli dov’è nato e dal quale non si sposterebbe mai: «In questi giorni l’affetto e la stima delle persone, dei negozianti, è enorme. Il mio essere attore è al servizio del mio quartiere: prendo a prestito la forza mediatica del cinema per le associazioni, le scuole, le fondazioni, i giovani delle mie terre».

Era già stato candidato per Una vita tranquilla e Il sindaco del rione Sanità. Che emozioni le ha dato questo David?
«Ho iniziato a recitare a livello amatoriale a 14 anni: in questi trent’anni c’è stata quella che chiamo “la possibilità del fallimento”. Fallire per un attore è importantissimo, sbagliare, poter provare. La formazione teatrale ti consente di allenarti quotidianamente, di aggiustare, sentire il pubblico sera per sera, ti mette una consapevolezza del mestiere e un’abitudine che poi, quando fai cinema, ti porti sulle spalle. Questo David pesa tantissimo, ed è bello che la statuetta pesi anche fisicamente: quella conquista la senti ancora di più. Oltre al peso emotivo che ha per ognuno di noi».

In Nostalgia è un prete che agisce in zone difficili di Napoli: quanto l’ha aiutata la sua esperienza con il teatro NEST a San Giovanni a Teduccio?
«È la prima volta che un ruolo si fonde un po’ con la mia esperienza. Chi mi conosce personalmente sa il lavoro enorme che faccio con il gruppo del NEST e con i ragazzi. È una missione di vita: avendo un teatro con laboratori gratuiti per i ragazzi, dedico parte della mia giornata a questa attività non retribuita, se non dai loro sorrisi e dalla loro felicità. Nel ruolo di don Luigi questo si fonde con l’esempio vivente di don Antonio Loffredo, il prete della Sanità al quale il personaggio è ispirato. L’ho seguito per tre mesi, nelle grandi battaglie che porta avanti nel quartiere, e una cosa che mi è rimasta impressa è che la sua agenda è talmente piena di cose da fare che non ha tempo di fermarsi alla banalità. Ed è un uomo capace del perdono. Questo l’ho portato nella mia vita privata. Ho capito che quando sei capace di perdonare sei un uomo diverso».

Un percorso che si intreccia con quello di Mario Martone…
«Mario gioca molto con la vita dell’attore stesso, dell’uomo. Nella rilettura del romanzo di Ermanno Rea, Mario e Ippolita Di Majo hanno dato al personaggio quell’urgenza di salvare anime del quartiere e mi hanno detto: l’abbiamo scritto pensando a te. Ringrazio Ippolita per essere sempre stata di grande aiuto anche durante le riprese, c’è stato un confronto vero e diretto sulla punteggiatura del testo che poche volte ti capita. È stata un faro».

Dal palco ha dedicato il premio a sua moglie, che la fa “rimanere un uomo semplice e onesto”…
«Viviamo dove siamo nati, a San Giovanni a Teduccio, siamo insieme da sempre, io avevo 15 anni e lei 12 e mezzo. Carmela mi ha fatto capire che dovevo mettere a servizio della comunità il mio essere attore, e non vice versa. In un quartiere come il nostro decidere di stare dalla parte dell’onestà è una cosa difficile: è facile essere disonesti, arricchirsi diventando dei balordi. Nelle nostre terre l’onestà diventa una scelta consapevole. E noi abbiano deciso di essere onesti. Torno a casa e Carmela è quella stessa ragazzina di 12 anni, con i piedi per terra. A casa non parliamo mai del mio lavoro ma dei nostri impegni con il quartiere».

I suoi figli Morena, di 15 anni, e Mario, 13 anni, sono già comparsi sullo schermo: vogliono diventare attori?
«Per Morena è un desiderio che dipende dai progetti. Mario è innamorato dell’arte, guarda nella sua stanza i film di Sorrentino, Martone, ama andare al museo, scoprire nuovi attori. È stato protagonista della serie Resta con me su Rai Uno ma non perde di vista le cose importanti, la scuola. Ho una fissazione: essere immortalato dai registi coi miei figli. Con Morena mi è capitato ne Il sindaco del rione Sanità: è emozionante quando vi rivedo con mia figlia piccola filmata da Mario Martone. E ora siamo insieme nel cortometraggio Sognano Venezia di Elisabetta Giannini, che andrà al Pesaro Film Festival».