CARLO FONTANA: «LA MIA BIENNALE 1983-1986: IMPARIAMO DAL PASSATO PER GUARDARE AL FUTURO DELLO SPETTACOLO» di Elisa Grando


Nel libro La mia Biennale. Cronaca della rassegna musicale veneziana 1983–1986 il presidente dell’AGIS rievoca gli anni da direttore del settore Musica: «Per riprendere il dialogo con il pubblico torniamo a mettere al centro la qualità del prodotto»


«Dobbiamo superare la fase di emergenza e cominciare a progettare il futuro»: qualche giorno fa Carlo Fontana, Presidente dell’AGIS-Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha lanciato un appello al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per sollecitare una strategia di ripartenza dello spettacolo dal vivo. Cinema e teatri dovranno ricostruire il rapporto interrotto con il pubblico e, per farlo, potrebbe essere utile guardare anche alle grandi esperienze del passato. Come quella della Biennale Musica dei primi anni ’80 che Carlo Fontana, allora direttore, rievoca nel libro La mia Biennale. Cronaca della rassegna musicale veneziana 1983–1986, edito da La Nave di Teseo. Fontana, che dal 1990 al 2005 è stato sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano ed è socio fondatore e membro del Consiglio Direttivo del David di Donatello, ripercorre gli anni alla Biennale con le fotografie di Lorenzo Capellini. Un viaggio stupefacente attraverso programmi e allestimenti oggi inimmaginabili, come la gigantesca arca in legno creata da Renzo Piano nella chiesa di veneziana di San Lorenzo per la messa in scena del Prometeo di Luigi Nono, nel 1984. Al centro dell’arca, come nello scafo di una nave o in un’enorme cassa armonica, stava il pubblico, mentre l’orchestra era disposta su diversi piani tutto intorno. Una vera rivoluzione dello spazio scenico, dentro una rivoluzione più ampia: sotto la sua direzione, Fontana abbatté la divisione canonica dei generi.

Fontana, come nasce questo libro?
Siamo un paese senza memoria che vive nel presente. Mi faceva quindi piacere ricordare un periodo glorioso per la Biennale Musica che, all’epoca, era al centro dell’interesse generalizzato, del pubblico e della stampa. Oggi se ne parla molto meno ma fa bene rivedere cos’è stata, ripercorrere gli artisti e la programmazione.

Nel libro dice che il settore Musica è sempre stato un po’ “la Cenerentola” della Biennale. Perché secondo lei?
Negli anni, la Biennale ha consolidato sempre più le rassegne di cinema e arti visive dimenticando la grande tradizione della musica: basti pensare che “Rake’s progress” di Stravinsky, uno dei capolavori della musica del Novecento, è stato tenuto a battesimo nel 1951 proprio dalla Biennale. Anche all’epoca della mia direzione la musica era il settore meno sostenuto economicamente. Ho spesso messo insieme contributi economici diversi: per esempio, l’Assessore alla cultura del Comune di Venezia Domenico Crivellari è stato fondamentale nell’allestimento del Prometeo di Luigi Nono, poi la coproduzione con la Scala l’ha reso possibile.

Cosa ricorda di quel mitico allestimento?
Prometeo è legato per me al rapporto di amicizia fraterna con Luigi Nono, alle nostre lunghe passeggiate tra le calli veneziane, di notte, durante le quali mi raccontava il progetto, fortemente radicato nella vita e  nella tradizione della città. Quando vedemmo l’arca montata nella chiesa, lo stupore colse tutti: le fotografie nel libro lo testimoniano. Attraverso il live-electronics e la parte musicale tradizionale, Nono si rifaceva alla magia di certi incanti veneziani, dove trovava sonorità particolari. È stato emozionante anche riportare le musiche di Andrea e Giovanni Gabrieli nelle chiese veneziane: il passato si collegava direttamente al futuro.

Oggi sarebbe ancora possibile realizzare un evento eccezionale come la messa in scena del Prometeo?
Sarebbe impensabile, non solo per motivi economici, ma anche perché non esiste più una progettualità culturale che faccia coesistere elementi diversi come quelli musicali, architettonici, storici e ambientali.

Il 2020 ha visto una riduzione dei consumi culturali del 47%. Come sta in questo momento il settore dello spettacolo?
Sta molto male, perché siamo in una situazione di incertezza assoluta. Ho promosso un appello per uscire dalla dicotomia del chiuso-aperto: non è solo un problema dei teatranti e degli esercenti cinematografici, ma riguarda tutti quelli che avvertono il bisogno di un appuntamento culturale. Nessuno può dire oggi quando riapriremo, ma dovremmo sapere qual è la strategia che il governo ha in mente per consentire la riapertura.

Bisogna superare la politica dei ristori?
È una politica lodevole nella fase di emergenza, ma dobbiamo passare a progettare il futuro. Mi auguro che quando riapriremo la gente tornerà ad affollare le sale e i teatri, ma non ne sono così sicuro. Le persone anziane avranno perlomeno una deterrenza psicologica e bisogna capire come intercettare i giovani.

Quali sono i primi passi da compiere per la ripartenza?
Quando si sarà stabilita una data di riapertura, servirà una forte campagna promozionale sui media e sui social per far capire che tornare a teatro e al cinema è necessario. Dovrebbe essere il Ministero a sostenerla, così come sostiene le vaccinazioni. Per consentirci di tornare a lavorare, bisognerebbe poi programmare l’immunizzazione di alcuni artisti dello spettacolo dal vivo più esposti al contagio, come coristi e musicisti di strumenti a fiato. Terza cosa, sostengo la proposta di Giovanna Melandri sulla fiscalizzazione dei consumi culturali: come avviene con lo scontrino della farmacia, anche il biglietto di cinema e teatro si dovrebbe poter detrarre dalle tasse. Proporrò che l’Agis sposi questa iniziativa.

Il passato non è da rottamare, dice nel libro. Cosa possiamo imparare dal passato in un periodo complicato come questo?
A tornare al prodotto. Ci siamo riempiti la bocca di marketing, comunicazione, della bellezza di un bilancio in pareggio. Tutto giusto. Ora però, col nostro lavoro, torniamo a porre al centro la qualità del prodotto. È anche il modo per ricominciare a dialogare con il pubblico.

E il David di Donatello cosa può fare per sostenere sempre di più il cinema italiano?
Credo che la presidente Piera Detassis stia facendo un ottimo lavoro in una situazione difficile. Apprezzo soprattutto la scelta di ampliare l’attività del David per la formazione del pubblico attraverso iniziative specifiche. Una scelta vincente della presidente nella quale mi ritrovo completamente.