SPECIALE VENEZIA 82


VENEZIA 82, L’ITALIA IN CORSA PER IL LEONE D’ORO: I PRODUTTORI RACCONTANO IN ANTEPRIMA I 5 FILM ITALIANI IN CONCORSO A cura di Elisa Grando

Ci sono l’amore maturo, il racconto del male che si annida nel quotidiano, una Napoli inedita e due leggende del teatro come Eleonora Duse e Carmelo Bene nei film italiani in gara per il Leone d’Oro. Li raccontano in anteprima a David News i produttori che hanno tracciato il loro percorso dalla prima idea fino al Lido. Sullo schermo li scopriremo dal 27 agosto, con La grazia di Paolo Sorrentino film di apertura, e poi Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi (30 agosto), Duse di Pietro Marcello (3 settembre), Elisa di Leonardo Di Costanzo (4 settembre) e infine Un film fatto per Bene di Franco Maresco (5 settembre)


LA GRAZIA di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Anna Ferzetti Raccontato da Annamaria Morelli (The Apartment, società del gruppo Fremantle) e Andrea Scrosati (Fremantle)


Il film più misterioso della Mostra è La Grazia di Paolo Sorrentino: tutto ciò che è trapelato, fino alla proiezione per la stampa di questa mattina, è che si tratta di una storia d’amore che segna la settima collaborazione tra il regista e Toni Servillo, nei panni del Presidente della Repubblica. Di certo il progetto, prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle, da Numero 10 e da PiperFilm, sta molto a cuore ad Annamaria Morelli, Ceo di The Apartment: «La Grazia è un film di grande maturità espressiva, in cui la cifra estetica di Sorrentino e la sua poetica si fondono in un equilibrio mirabile che il film mantiene sempre, muovendosi con disinvoltura tra la profondità degli argomenti e una straordinaria e inaspettata leggerezza. Sorrentino esplora la complessità dell'etica, dell'amore, dello stare al mondo, ma lo fa in una narrazione all'apparenza molto semplice e godibile». Andrea Scrosati, Group Chief Operating Officer e CEO Continental Europe Fremantle, lavora con Sorrentino dal 2015: «È un artista tra i più sofisticati e profondi che abbia mai conosciuto, capace di realizzare affreschi che descrivono il tempo in cui viviamo in maniera unica e irripetibile», dice. «Quando ho letto la sceneggiatura de La grazia l’ho sentita personalmente molto vicina, sia per il viaggio profondamente umano del protagonista che per il modo in cui Paolo riesce a raccontare, e celebrare, un’istituzione così importante e centrale per il nostro Paese. È una storia che unisce dimensione personale e collettiva, e lo fa con rara sensibilità». Uno dei punti forti del film è certamente il ritorno del connubio artistico tra Sorrentino e Servillo che, dice Morelli, «ho avuto la fortuna di vedere da vicino fin dal loro primo film insieme, L'uomo in più. In qualche misura La Grazia tocca anche il culmine della bellezza di questo sodalizio». Lavorando insieme, con È stata la mano di Dio, nel 2021 hanno già vinto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra.  Un’intesa, aggiunge Scrosati, «che va oltre il mestiere: è un'armonia creativa che entrambi rinnovano in maniera sempre originale. Toni porta al film misura, ironia, profondità emotiva, elementi che ne aumentano l’attrattiva per il pubblico senza mai semplificare la complessità. Questo rende La grazia un film potente e necessario, sia sul piano emotivo che su quello civico e culturale». Il film è stato girato tra Roma e Torino, anche nella celebre sala dei Mappamondi dell'Accademia delle Scienze, «sia in meravigliose location storiche sia in altri luoghi meno noti, che grazie alla sensibilità di Sorrentino sono stati ripresi e valorizzati in modo sorprendente», specifica Morelli. «Abbiamo girato cinque settimane a Torino e poi a Milano, a Roma e in Emilia. Torino è stata una scoperta e, al tempo stesso, una conferma. Abbiamo trovato una città che sa offrire eleganza, ambientazioni storiche e un’identità visiva fortissima. La Film Commission Torino Piemonte ha avuto un ruolo fondamentale: ci ha accompagnati in tutte le fasi, dai sopralluoghi alla gestione logistica delle riprese, facilitando il dialogo con le istituzioni locali e aiutandoci a superare anche le sfide più complesse».




SOTTO LE NUVOLE di Gianfranco Rosi Raccontato da Donatella Palermo (Stemal Entertainment) e Paolo Del Brocco (Rai Cinema)


Napoli è un topos del cinema italiano e internazionale, ma ancora non aveva incrociato lo sguardo unico di Gianfranco Rosi che la racconta, sfidando i suoi colori abbaglianti con un personalissimo bianco e nero, in Sotto le nuvole, prodotto da 21Uno Film, Stemal Entertainment con Rai Cinema in associazione  con  Les Films d’Ici – Arte France Cinéma. Rosi ha già vinto il Leone d’Oro nel 2013 con Sacro GRA, sul Grande Raccordo Anulare di Roma. Stavolta s’immerge invece tra il Vesuvio e i vicoli partenopei sempre a suo modo, cioè vivendoci dentro per tre anni, scovando nella città i legami inscindibili tra passato e presente. Il fatto che Napoli sia stata raccontata molte volte al cinema non ha avuto alcun riflesso sul progetto, dice la produttrice Donatella Palermo: «Credo che non sia importante il soggetto ma il modo in cui viene raccontato. Per esempio, la Tokyo di Wim Wenders è diversa da Tokyo già vista in altri film. Lo sguardo di Gianfranco  non è mai prevedibile:  guardando le sue riprese ho sempre la sensazione di vedere, conoscere qualcosa per la prima volta». Conferma Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema: «Quella di Gianfranco Rosi è una Napoli lontana dalle molte rappresentazioni che la città ha avuto nel tempo. In questo film ci si interroga sulla memoria, ci si immerge negli scavi di Pompei, si entra nelle gallerie scavate dai tombaroli, si ascolta la voce di chi è spaventato per una scossa di terremoto, si lavora rinchiusi nello scafo di una nave: Rosi porta sullo schermo un paesaggio urbano che ha al centro l’uomo, in un ritratto evocativo di una Napoli autentica. A cui il regista, con il suo stile inconfondibile di racconto, restituisce tutto il suo fascino, rafforzato dalla scelta audace di un uso straordinario del bianco e nero».
Nonostante la lunga preparazione per ogni film, «lavorare con Gianfranco è semplice», dice Palermo, che per Rosi ha prodotto anche Fuocoammare, Notturno e In viaggio. «Il tempo è una condizione essenziale, l'unico vero lusso dei suoi film. Durante gli anni di lavorazione ha accanto solo l'aiuto regista. Fotografia e suono sono suoi, è sempre da solo di fronte al suo film.  Io, in quanto produttrice, devo solo coordinare il suo lavoro, affrontare eventuali imprevisti, cercare di rendere per lui tutto facile, garantirgli una assoluta libertà. Non è difficile, anzi è molto bello».




DUSE di Pietro Marcello con Valeria Bruni Tedeschi, Fanni Wrochna, Noémie Merlant, Fausto Russo Alesi e con la partecipazione di Noémie Lvovsky Raccontato da Carlo Degli Esposti (Palomar), Benedetta Cappon (Avventurosa) e Paolo Del Brocco (Rai Cinema)



Eleonora Duse: un mito intramontabile che risuona ancora oggi, e che in Duse di Pietro Marcello rivive attraverso Valeria Bruni Tedeschi. Il film è prodotto da Palomar (a Mediawan company), Avventurosa con Rai Cinema e con PiperFilm (che lo distribuisce dal 18 settembre) in co-produzione con Ad Vitam Films. «A cento anni dalla nascita, Eleonora Duse è ancora un mito nell’immaginario collettivo», dice Carlo Degli Esposti, produttore con Palomar. «L’idea di produrre un film che avesse al centro una donna come lei – indipendente, molto più moderna dei tempi che le hanno dato i natali, artista prima che madre, capocomico prima che attrice – l’ho abbracciata sin da subito. In tempi come quelli in cui viviamo, credo sia importante raccontare di una donna iconica, forte e moderna come Eleonora Duse, la cui esperienza biografica, artistica e spirituale ha un’evidente trasparenza nell’oggi». Perché nonostante la portata rivoluzionaria del talento della Duse, una delle più grandi attrici di tutti i tempi, «raramente il suo nome riaffiora nella memoria collettiva se non in associazione a quello del suo amante più famoso, Gabriele D’Annunzio», fa notare Benedetta Cappon, produttrice per Avventurosa. «La Duse è un mito sfuggente e proprio per questo ricco di fascino: la sua eccezionalità ci è stata tramandata solo grazie alle testimonianze di chi ha potuto vederla recitare dal vivo. La sua vita privata è sempre stata custodita gelosamente, resa ancora più oscura dalla distruzione di buona parte della sua corrispondenza epistolare ad opera della figlia Enrichetta. Il soggetto ideale per un film di finzione che non punta alla ricostruzione filologica, ma alla ricerca poetica dell’anima di una donna». Un film, aggiunge Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, «che ci aiuta non solo a conoscere la vita sul palcoscenico della grande diva nei suoi ultimi anni di esistenza, ma anche ad osservarla e decifrarla nel suo aspetto umano, in tutta la sua fragilità e nel costante bisogno di essere sotto le luci della ribalta. Un’opportunità per interrogarsi sul ruolo dell’artista rispetto all’epoca in cui vive, allora come oggi, in un tempo
segnato dalla guerra e dalla paura».
Riguardo a Valeria Bruni Tedeschi, dice Degli Esposti, «mi è sembrata subito l’unica Duse possibile per la sua visione, per la sua capacità di essere interprete straordinaria e regista rigorosa e per la straordinarietà della sua presenza scenica». Valeria ha cercato di dare corpo al mito attraverso una connessione emotiva profonda, aggiunge Cappon: «L’autenticità e la potenza dello stile recitativo di Bruni Tedeschi rende la sua interpretazione immediatamente contemporanea, evitando qualunque rischio di celebrazione museale».
Un film sulla Duse, dunque, ma anche sulle connessioni inscindibili tra arte e vita. «L’idea di fare un film con Pietro Marcello la accarezzavo da tempo», racconta Degli Esposti. «Pietro è un regista visionario e geniale, un artista libero, capace di dare corpo alle sue visioni e costruire una narrazione totalmente innovativa. Raccontare insieme a lui Eleonora Duse, ricostruire l’Italia di inizio Novecento – in bilico tra l’estetismo dannunziano e l’avvento del fascismo, tra cinema e teatro – è stata una sfida molto intensa. Si tratta di un’epoca ormai lontana ed è stato proprio grazie all’inserimento dei materiali di archivio e alla ricerca dei repertori più giusti che siamo riusciti a restituire al film l’aderenza alla realtà e far rivivere la Duse. Solo con un regista come Pietro si poteva raccontare davvero l’Arte!». Benedetta Cappon conosce Pietro Marcello da molti anni: «Quando mi ha chiesto di produrre il film per Avventurosa mi è sembrato un dono immenso», dice. «Il suo grande talento si muove attraverso un percorso istintivo e viscerale. Nonostante sia perfettamente padrone della tecnica la sua formazione da autodidatta lo facilita nel cercare strade originali. Segue una traiettoria precisa ma si lascia sempre la possibilità di deviare e seguire il proprio impulso creativo, senza mai paralizzarsi di fronte al rischio dell’errore. Queste caratteristiche ne fanno il regista ideale per raccontare la vita di un’artista libera come la Duse, che ha rifiutato gli schemi del teatro della propria epoca. Pietro ha la capacità speciale di saper restituire poeticamente lo spirito di un’epoca attraverso il sapiente ed originale innesto dell’archivio nel flusso delle immagini girate. Un valore aggiunto per questo film che ha richiesto un notevole impegno produttivo, reso possibile solo dall’inedita collaborazione tra una società arthouse come Avventurosa e un gigante della produzione come Palomar».




ELISA di Leonardo Di Costanzo con Barbara Ronchi, Roschdy Zem Raccontato da Carlo Cresto-Dina e Manuela Melissano (Tempesta) e Paolo Del Brocco (Rai Cinema)



Una donna apparentemente come tante, eppure capace di commettere un delitto mostruoso: uccidere la sorella e bruciarne il cadavere. È la protagonista di Elisa, prodotto da Tempesta con Rai Cinema, in coproduzione con Amka Films Productions (Svizzera) e con RSI Radiotelevisione svizzera, che Leonardo Di Costanzo porta in concorso a Venezia e poi in sala dal 5 settembre, distribuito da 01 Distribution. Il regista ha affidato il ruolo complesso e delicatissimo dell’assassina a Barbara Ronchi e quello del criminologo all’attore francese Roschdy Zem. La vicenda è liberamente ispirata a una storia vera riportata nel saggio dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali "Io volevo ucciderla". «Il lavoro di Ceretti e Natali, la loro ricerca sulla giustizia riparativa, ci interessa da molto tempo perché pone alcune delle domande che animano il lavoro di Leonardo Di Costanzo: “Come nasce la mentalità criminale?” (nel film L’intervallo), “Come inflitra le relazioni sociali?” (ne L’intrusa) e “Come andare oltre la sanzione punitiva?” (in Ariaferma)», dicono i produttori Carlo Cresto-Dina e Manuela Melissano. «Elisa prosegue evolutivamente questo percorso guardando negli occhi chi, quasi senza motivo, ha ucciso un familiare, chiedendo ad una assassina di capire se stessa, per intuire una possible redenzione oltre le urla della piazza che invoca la punizione del mostro». Una prima decisione importante è stata che nel film si parlasse sia francese che italiano: «Leonardo sapeva da subito che il film non doveva essere un’indagine sociologica su un “caso” specifico. Per questo i protagonisti si incontrano in uno spazio geograficamente indistinto, quasi astratto, visitato da un “alieno” che turba il silenzio, che indaga il non detto. Non hanno una lingua comune e per trovare una verità condivisa devono accettare di confrontarsi in uno spazio scomodo, in qualche modo ignoto ad entrambi». Stabilito che in questo mondo astratto le lingue parlate sarebbero state appunto l'italiano e il francese, raccontano i produttori, «abbiamo subito immaginato un criminolgo francese e abbiamo iniziato a lavorare con un’importante casting director, Mathilde Snodgrass, che ci ha proposto, tra i primi nomi, Roschdy Zem. È un attore di fama internazionale, con cui Leonardo da tempo desiderava lavorare, che esprime con la sua sola presenza  una profondità drammatica unica. Il ruolo sembrava scritto per lui e fin dal primo incontro ogni aspettativa è stata confermata. Si è creata subito l’alchimia che cercavamo». Elisa non è il consueto crime movie: «Leonardo Di Costanzo è tra gli autori più interessanti del nostro cinema contemporaneo», dice Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema. «Quando ci è stato proposto questo film ci ha colpito l’originalità con cui ha costruito il meccanismo per indagare la psicologia della protagonista, in un percorso introspettivo profondo a cui ha dato corpo Barbara Ronchi, che qui riesce a regalarci un’interpretazione straordinaria. Leonardo Di Costanzo va alla ricerca dell’origine del male, indagando la parte oscura dell’animo umano e sembra domandarsi come possiamo reagire noi che, da spettatori, lo osserviamo impotenti. Una storia brutale, sicuramente, ma che si interroga sul significato profondo del male e del perdono».




UN FILM FATTO PER BENE di Franco Maresco con Umberto Cantone, Franco Maresco, Francesco Conticelli, Marco Alessi, Bernardo Greco, Francesco Puma Raccontato da Andrea Occhipinti (Lucky Red) e Marco Alessi (Dugong Films)



Franco Maresco torna alla Mostra, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria nel 2019 con La mafia non è più quella di una volta, seguendo le tracce che Carmelo Bene ha lasciato a Palermo, ma soprattutto quelle che ha lasciato in una certa idea di cinema. Che è anche la sua: non a caso Bene pensava che del cinema italiano si salvasse solo Lo zio di Brooklyn, il primo film di Franco Maresco con Daniele Ciprì. Un film fatto per Bene, prodotto da Lucky Red, Dugong Films e Eolo Film Productions, paga anche questo debito di riconoscenza, alla maniera di Maresco: scavando con amara ironia nelle sue proprie ossessioni e nella propria distanza dal cinema italiano contemporaneo. Un processo sempre anticonvenzionale che scardina le consuetudini produttive, e rischiava di non vedere la luce: «Sebbene lavorare con Franco sia difficile, in qualche modo fuori dalle logiche di mercato, Franco merita di fare film, anche e più di altri», dice Andrea Occhipinti che lo produce con Lucky Red. «Mi cattura e mi affascina con un’idea, ogni volta io ci casco, anche se so che sarà un calvario. Ma, come dice lui, le cose non vengono bene se non si soffre. La lavorazione di Un film fatto per Bene è stata sofferta, tortuosa, ma il risultato è un’opera straordinaria, di cui sono fiero. Un anno fa pensavamo che il film non sarebbe stato mai terminato, oggi siamo in concorso a Venezia».

Per Marco Alessi di Dugong Films questo film ha anche un valore personale: «Le mie prime esperienze sul set sono state a Palermo, in quegli anni di fermento in cui Ciprì e Maresco erano l’avanguardia, punti di riferimento non convenzionali per la mia generazione. Produrre un film di Maresco è stato da un lato il completamento di un percorso, dall’altro l’occasione dolorosa di una necessaria riflessione sul cinema d’autore contemporaneo». Produrre un film così particolare nella sua struttura narrativa e artistica, dice Alessi, «è una sfida continua dove la sceneggiatura o il trattamento sono dei canovacci, punti di partenza per lunghi scambi creativi e produttivi. Maresco ben rappresenta la tradizione di un cinema italiano artigianale che è un perenne work in progress la cui fine del processo è la proiezione davanti un pubblico. Il perfezionismo, al confine con l’ossessione, rende tutto estremamente complicato. I ripensamenti o semplicemente le riflessioni che ogni scelta comporta e che influenzano ogni giorno delle riprese e poi della post-produzione sono state una sfida produttiva non facilmente sostenibile, soprattutto con un budget limitato. Una sfida forse impossibile se non fosse animata, dalla certezza di tutta la squadra, che alla fine questo sarà un film di Maresco». Andrea Occhipinti è, in un certo senso, lui stesso un personaggio del film e conosce il regista da moltissimi anni: «Franco Maresco è un grande autore, una personalità unica nel panorama cinematografico. La nostra relazione è iniziata 1998 quando distribuimmo Totò che visse due volte. Le avversità che colpirono il film, unico caso nella storia di un film a cui venne negato il nullaosta di visione al pubblico (il cosiddetto visto Censura) hanno consolidato un legame che dura ancora oggi. I rapporti con Franco sono molto intensi, anzi assoluti: si aspetta dal produttore una dedizione e un ascolto totali, sia a livello professionale che personale, per Franco non c’è separazione fra i due livelli. Se collabori con lui, ci sei dentro fino al midollo: io cerco di preservarmi, cosa che lo rende molto insoddisfatto…».